Unità documentaria
1 - Disposizioni ai giornali
28 gennaio 1937
15 luglio 1937
Si riporta qui di seguito la trascrizione di alcune carte tratte dai Fogli d'Ordine del PNF riguardanti, in particolare, le disposizioni impartite ai giornali del regime:
- c. 10: «Ordini di servizio di S.E. il Segretario del Partito», comunicazione autografa di Achille Starace con la quale si vieta «agli addetti agli uffici del Palazzo del Littorio di dare alla stampa articoli di qualsiasi genere e di pubblicare o dirigere giornali o periodici di qualsiasi carattere» (28 gennaio 1937).
- c. 13: «Ordine di servizio numero 13», comunicazione dattiloscritta per invitare a non abusare del telegrafo: «Dal Palazzo del Littorio partono spesso telegrammi chilometrici per comunicazioni o disposizioni che non rivestono carattere di urgenza» (25 febbraio 1937).
- c. 15: Foglio di Disposizioni n. 828, 21 giugno 1937, punto 3: «L’uomo prolisso nello scrivere o nel parlare è da paragonare all’uomo adiposo, incerto e lento nell’azione, come nel concretare il pensiero, dati i riflessi che l’adipe esercita sul sistema muscolare e cerebrale. La prolissità è dei sedentari, dei retori, degli esibizionisti: porta inesorabilmente a perdere e a far perdere del tempo. Altro che “uomini nuovi”! Il DUCE è di esempio anche nell’arte di essere concisi».
- c. 16: Foglio di Disposizioni n. 840, 15 luglio 1937, punto 3: RISERVATO. Attenzione allo zelo giornalistico! Accade, ancora troppo spesso, che alcuni giornali di provincia si diano scambievolmente la voce per «montare» un avvenimento, se avvenimento è da ritenersi per esempio l’arrivo di un gerarca, magari per un semplice incarico di servizio.
Titoli e sottotitoli vistosi, nella prima pagina, annunziano l’arrivo. Finalmente, nel faustissimo giorno, ecco la fotografia del gerarca, le innumerevoli fotografie della laboriosa giornata: il gerarca che saluta, il gerarca che è salutato, il gerarca a piedi e in automobile e quindi ad un balcone o su di un podio, mentre pronunzia l’attesa concione. Il solito corrispondente, che generalmente prepara la cronaca con qualche giorno di anticipo, dà fiato alle trombe della retorica e si affanna a riprodurre, in grassetto, il testo integrale dell’innocuo discorso, nella segreta speranza di trovare le due chiavi del cuore della vittima designata. Il gerarca, affetto da mania di popolarità, non sempre reagisce con la dovuta fermezza contro tali grossolane sfasature; qualche volta si compiace di rimirare il rettangolo del giornale, che tramanda ai posteri le sue sembianze, non sempre aggiornate, o di rileggere, con intimo compiacimento, le sonanti battute del ben revisionato discorso.
Si aggiungono i numerosi striscioni, che ricordano il tempo in cui si gridava «Viva il nostro deputato» quando non si ricorre al trucco dei manifesti che dovrebbero sostituire gli striscioni, peggiorandoli (fogli di disposizioni n. 4 del 13 gennaio X e n. 87 del 13 marzo XI).
Nulla di male se si porge un saluto al gerarca, ma sia un saluto sobrio, di stile fascista e non un componimento di quelli che farebbero ridere un intero pollaio. Il gerarca in arrivo, le gerarchie locali, che tollerano o che addirittura sono responsabili di tanto clamore e il corrispondente o cronista, che dir si voglia, contravvengono così alle precise direttive del Segretario del Partito, il quale, più di una volta, ha affermato che le amplificazioni non sono del nostro stile, per ragioni di serietà, di estetica e, soprattutto, di proporzioni.
Caterina Canneti
Elisabetta Benucci